Ventiquattro marchi, quota di mercato al 10%, prezzi medi ponderati a -11% e garanzie di durata maggiore: questi i dati che fotografano la presenza, o meglio l’avanzata, dell’industria automobilistica cinese in Italia, rivelati dal nuovo Rapporto “Quattroruote”.
 

Intitolato non a caso “Un dragone senza freni” e pubblicato sul numero di dicembre, lo speciale realizzato dalla redazione di “Quattroruote” racconta, grazie alle informazioni fornite da “Quattroruote Professional”, la rapida e sempre più rilevante crescita delle auto cinesi nel nostro Paese.

Un solo marchio attivo nel 2021; 12 quelli presenti nel 2025. Un numero che raddoppia se si allarga il concetto di “mondo Cina” a quei Costruttori e a quei marchi italiani che finalizzano in Italia l’allestimento di auto prodotte in Cina e ai brand europei di proprietà cinese (Lotus, MG, Polestar, Smart, Volvo). Un universo che oggi registra una quota di mercato superiore al 10%.

Infatti, le immatricolazioni sono cresciute del 43% tra gennaio e ottobre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2024, in un mercato che nel complesso è arretrato del 2,7%, portando così – spiega il Rapporto “Quattroruote” – un guadagno nella quota di quasi tre punti percentuali, dal 6,1 all’8,9% (ma sopra il 10% nei mesi di luglio, settembre e ottobre). Con una precisazione: il 74,7% di tali volumi proviene da soli quattro brand ovvero MG, che all’interno del mondo Cina pesa per il 37,4%, BYD (14,5%), DR (12,6%) e Volvo (10,2%).

Tutte elettriche? Niente affatto. Il Rapporto “Quattroruote” smentisce il luogo comune che identifica le auto del dragone con la propulsione a batteria. In realtà nel “mondo Cina” l’offerta di modelli elettrici ammonta a poco più di un quarto. Sale al 36,2% se si considerano soltanto le cinesi pure e rappresenta poco più della metà dei modelli a listino tra le eurocinesi (una percentuale gonfiata dalla presenza di tre marchi, Lotus, Polestar e Smart con una gamma interamente a elettroni).

Dall’analisi firmata “Quattroruote” emerge anche che l’offerta del “made in China” è più semplice: meno versioni e allestimenti (2,3 versioni per ogni modello per le cinesi pure contro una media di 10,5 per il mercato nel suo complesso). Listini più asciutti, processi di configurazione più chiari, produzione più lineare e veloce e quindi meno costosa.

Il range di prodotti si dimostra comunque ampio e capace di coprire vari segmenti – dalle utilitarie alle grandi berline e Suv, con una prevalenza nel C e nel D – e varie motorizzazioni. Ed è competitivo sui prezzi. L’effetto risparmio più marcato, nei segmenti B, C, D ed F, con prezzi medi inferiori a quelli di mercato rispettivamente del 9,3%, 14,2%, 29,1% e 14,9%.  

La garanzia è un altro aspetto preso in considerazione dalla ricerca che dimostra come quasi tutti i 24 brand analizzati offrano coperture più lunghe rispetto a quelle dei competitor europei (in genere di due anni): in ben sedici situazioni della durata di almeno cinque anni, in tre casi addirittura di sette.

Unico, vero tasto dolente è l’usato. Le auto cinesi di seconda mano con 12 mesi di anzianità, spiega “Quattroruote”, hanno un valore residuo mediamente inferiore a quello medio del mercato, con un gap di 1,4 punti percentuali a ottobre 2025, in aumento di 0,4 punti rispetto a dodici mesi prima.

 

 

Foto da ufficio stampa Quattroruote