L’automotive sta vivendo una delle trasformazioni più profonde della sua storia recente. E se il dibattito pubblico si concentra spesso su elettrificazione, normative e nuovi modelli di mobilità, dietro le quinte si sta combattendo una battaglia altrettanto decisiva: quella per attrarre e trattenere i talenti.

Secondo un’analisi di Gi Group, il comparto italiano, che vale circa 380 miliardi di euro tra produzione e servizi e rappresenta il 19,5% del Pil nazionale, sta affrontando una transizione che coinvolge non soltanto prodotti e tecnologie, ma anche competenze, organizzazione del lavoro e capacità di attrazione delle nuove generazioni.  

 

Dall’auto meccanica all’auto digitale

La trasformazione in corso sta cambiando radicalmente le professionalità richieste dalle aziende.

Se per decenni il cuore dell’industria automobilistica è stato rappresentato dalla meccanica, oggi il baricentro si sta spostando verso software, elettronica, gestione dei dati e cybersecurity. Le case automobilistiche e l’intera filiera cercano sempre più ingegneri informatici, specialisti di sistemi digitali, esperti di sicurezza informatica e professionisti capaci di sviluppare servizi connessi alla mobilità.  

Accanto a queste figure emergono nuove professionalità legate alle infrastrutture di ricarica, ai servizi digitali e alla gestione dei dati, elementi destinati ad avere un peso crescente nell’automobile del futuro.  

 

La concorrenza arriva da tech ed energia

Il problema per il settore è che queste competenze non interessano soltanto l’automotive. Le aziende dell’auto si trovano infatti a competere con comparti come tecnologia, telecomunicazioni ed energia, spesso percepiti come più innovativi e attrattivi dai giovani professionisti.  

Secondo Gi Group, sull’automotive pesa ancora un’immagine legata alla tradizione industriale e una certa incertezza sul futuro, elementi che rischiano di allontanare una parte dei talenti più richiesti dal mercato. Eppure il settore dispone di carte importanti da giocare. L’evoluzione verso elettrico, digitalizzazione e nuovi servizi di mobilità può rappresentare un potente strumento di riposizionamento, consentendo alle aziende di presentarsi come protagoniste dell’innovazione tecnologica e della transizione sostenibile.  

 

I giovani cercano tecnologia e marchi forti

Uno studio internazionale citato da Gi Group evidenzia quali siano i principali elementi di attrattività dell’automotive per chi non lavora ancora nel settore. Il 68,8% degli intervistati considera importante la possibilità di lavorare per marchi prestigiosi, mentre il 68,4% è attratto dall’opportunità di confrontarsi con tecnologie avanzate. Anche la passione per il prodotto continua ad avere un peso significativo, con il 66,8% delle preferenze.  

Numeri che dimostrano come l’industria dell’auto conservi un forte fascino, ma che allo stesso tempo evidenziano la necessità di raccontare meglio il cambiamento in corso.

 

Anche gli operai devono reinventarsi

La rivoluzione non riguarda soltanto ingegneri e professionisti altamente specializzati. Uno degli aspetti più interessanti emersi dall’analisi è il processo di trasformazione che coinvolge il mondo dei blue collar. Le competenze legate ai motori termici e alla componentistica tradizionale non stanno scomparendo, ma vengono progressivamente integrate con conoscenze meccatroniche e digitali.  

Lo stesso accade nelle concessionarie, dove i venditori non sono più chiamati soltanto a proporre un’automobile, ma a diventare consulenti capaci di spiegare servizi digitali, sistemi di connettività, ricarica elettrica e nuove forme di mobilità.  

 

Formazione e riqualificazione diventano strategiche

In questo scenario assumono un ruolo centrale i programmi di upskilling e reskilling, cioè aggiornamento e riqualificazione professionale. Molte aziende si trovano infatti con lavoratori altamente specializzati su tecnologie che stanno perdendo centralità e devono accompagnarli verso nuove competenze. Non si tratta soltanto di una necessità produttiva, ma anche di uno strumento per migliorare l’attrattività del settore.  

Tra chi già opera nell’automotive, il 69,2% considera infatti le opportunità di crescita professionale e sviluppo della carriera uno dei principali fattori di attrattività. In quest’ottica assumono un’importanza crescente percorsi come ITS e IFTS, che permettono di formare rapidamente figure professionali in linea con le esigenze delle imprese e facilitano l’inserimento lavorativo.  

 

Il futuro dell’auto passa dalle competenze

Come sottolinea Matteo Scarone, Division Manager Automotive di Gi Group, quella in corso non è una crisi ciclica ma una trasformazione sistemica che sta spostando il valore dell’industria dai soli prodotti ai servizi di mobilità connessa.  

Per questo motivo la competitività delle aziende non dipenderà soltanto dalla capacità di sviluppare nuovi modelli o nuove tecnologie, ma anche dall’abilità di costruire organizzazioni capaci di attrarre talenti, valorizzare le competenze esistenti e accompagnare la forza lavoro nella transizione. Una sfida meno visibile rispetto all’elettrificazione o alla guida autonoma, ma probabilmente altrettanto decisiva per il futuro dell’intero settore automotive.

 

Foto da ufficio stampa Gi Group