di Pier Luigi del Viscovo, direttore del Centro studi Fleet & Mobility
Davanti alla crisi dell’auto è partito il gioco “trova le colpe”. Unica regola: non può essere il “Green Deal”. Grande spettacolo della fantasia umana che spazia da “pochi e tardivi investimenti nella elettrificazione” alla “scarsa competitività verso l’industria cinese”, due menzogne insostenibili. Il fatto è che quasi nessuno dei commentatori e dei reporter ha il fegato di andare contro i promotori dell’utopia green, che sono i figli in salsa verde degli utopisti rossi, entrambi poco amanti delle auto e di chi le fabbrica e sorvoliamo che sarebbero i loro elettori.
Perché, tra aiutare la competitività delle proprie fabbriche e sostenere le politiche green, il sindacato ha scelto la seconda? Perché tra rappresentare i lavoratori e rappresentare una parte politica, ha scelto la seconda? È questo il cortocircuito ideologico che ha mandato fuori binario la locomotiva industriale d’Europa. In questa crisi il sindacato non è la soluzione, fa parte del problema. Per quell’idea fissa di avversione per il mercato, che spesso può non piacere, ma ha di bello che è sincero: ti indica sempre ciò che non funziona.
Poi diventa una tua scelta, se aggiustare o tenerti lo squilibrio, che ci può anche stare in un contratto sociale. Basta essere chiari e non prendersi in giro, come sovente amano fare tutte le parti, anche da noi. Il fatto è che non si può, le regole del gioco non lo consentono. Le colpe vanno cercate sì, ma fino a livello dell’industria.
Tutto per “servo encomio” culturale a quella socialdemocrazia che è all’angolo quasi ovunque e non vuole sapere perché.