Il lento (nemmeno tanto) implodere del sistema automotive nostrano ha molte cause e concause. Eppure… Eppure quella spina attaccata a una presa ha raccontato, negli ultimi anni, in modo implicito, un nuovo cambio di paradigma filosofico. Già, né tecnico né innovativo nel senso stretto del termine – le auto elettriche hanno una storia antica – ma profondamente antropologico e ideologico.
Le radici affondano in quelle teorie dell’ecologismo “profondo” che hanno spesso messo l’uomo in una condizione marginale, relegandolo spesso a intruso del sistema terra, la “deep ecology” del filosofo norvegese Arne Næss nel 1973, in condimento “decrescita felice” di Serge Latouche, con una spruzzata di catastrofismo ambientalista, di neo-pauperismo socialista e di nuove teorie della liberazione anticapitalista.
Insomma, questioni già trattate nel secolo scorso, rese più contemporanee da social engagement gret&pop. L’auto era la vittima perfetta, sporca e inquinante, liberale e libertaria, in qualche modo veicolo di indipendenza e di passione. Sganciarla dall’emozione e farla diventare una “commodity” più che una comodità, beh, è stra-cool, e poi, tutti questi Paesi nordici che hanno avuto la pretesa di insegnarci a vivere bene, a toglierci dall’imbarazzo delle nostre manchevolezze, ora sì che possono davvero essere l’avanguardia della nuova Europa.
Insomma, sensazioni lievi, piccole emozioni distopiche, delle città in quindici minuti, del benessere e della leggerezza, dei monopattini e dei tram in orario, ciascuno nel suo quartiere e nel suo condominio, dove tutto inizia e tutto finisce. E così, il sogno di una fogliolina verde con cui apparire “moderni” è stato uno straordinario momento di narrazione, come quel cavallo di legno lasciato sulla spiaggia, già, sarà un dono degli dèi, vale la pena festeggiare, bollicine per tutti.
No, non è tutta colpa delle elettriche. A volte confondere i fini con i mezzi, la realtà con l’illusione, la vanità con l’efficacia può portare fuori tema.
Come un grado di errore sulla rotta: dopo ore di navigazione senza correzioni si resta in mare aperto.
Come on! Iniziamo a raccontarci la verità.
Foto da archivio Mario Verna