di Andrea Taschini, manager e advisor automotive
(dal magazine “Parts”)
 
Ottant’anni fa si concludeva il secondo conflitto mondiale: l’Europa che allora fu devastata da una guerra fratricida, sta ripetendo gli stessi errori compiuti negli anni ’30 nei quali si rifiutò di guardare in faccia alla realtà con un approccio dilettantistico e naïve che le fece perdere definitivamente la sua leadership nella civiltà occidentale.
Solo l’intervento provvidenziale degli Stati Uniti evitò il peggio.
Oggi nonostante la lezione della storia, l’Unione europea non riesce ad avere una visione d’insieme pragmatica e realista dettando qua e là linee guida che più nessuno ascolta.
Che piaccia o che non piaccia il destino della nostra industria e del nostro benessere sono indissolubilmente legati a Washington ed ogni tentativo di sfuggire a questa logica non farà altro che aggravare la situazione socio-economica e compromettere il nostro futuro.
 
“Il Capitano: […] pensate Woyzeck, avete ancora i vostri buoni trent’anni da vivere, trent’anni! Fanno trecento-sessanta mesi! e giorni! e ore! minuti! Cosa volete combinare in questo tempo smisurato? […]”.
La parabola dell’Europa attuale assomiglia parecchio alla vicenda del soldato semplice Woyzeck
nell’omonima piece teatrale scritta nel 1837 da Georg Buchner, nella quale il protagonista disperato non sapendo come cavarsela, si fa cavia per quattro soldi di un medico senza scrupoli e come potete immaginare il dramma finisce male, anzi, malissimo.
 
Domande ovvie ma senza risposte
Vedendoli nella vanitosa cornice di Davos, i leader europei presenti (per la verità pochi rispetto ai ruggenti anni trascorsi), sembravano fantasmi apparsi con la macchina del tempo da contesti ormai passati e obsoleti. Li abbiamo visti barcollare nei loro discorsi, rintronati dallo tsunami Trump che insieme ai pessimi risultati raccolti e oramai evidenti a tutti, li ha travolti nelle loro vecchie e granitiche certezze.
Gli europei da sempre intrisi di ideologie e idealismi poco attinenti alla realtà, si sono sempre fatti sorprendere dalla storia facendosi notare per la loro totale assenza di pragmatismo e capacità di comprensione dello svolgimento degli eventi.
 
Hanno tentato più volte di combattere guerre senza eserciti, hanno tentato di modellare il mondo con strumenti legislativi senza tenere conto che la storia economica non segue il corso delle leggi ma si alimenta del più crudo realismo ed è con lo spirito naïve che per l’appunto li contraddistingue che al World Economic Forum hanno assistito al video discorso di Donald Trump come se il neo presidente avesse dettato chissà quali sconvolgenti verità.
 
La realtà dei fatti e non le loro interpretazioni, come ho ripetuto più volte su questa rivista, sono chiare: le politiche erbivore europee non funzionano, l’iper-legiferazione che si occupa dei tappi delle bottiglie e di altre amenità, hanno reso l’industria europea una macchina inefficiente, non più competitiva, che sopravvive sulle glorie del passato e su un’economia soffocata dalla burocrazia assistenzialista.
 
Come rimproverare gli americani che fanno quindici giorni di ferie all’anno, che non sanno cosa siano i ponti festivi (per la cronaca in Italia quest’anno con sei giorni di ferie ci si può assentare dal lavoro per trentun giorni) e che quindi di anno in anno surclassano la nostra scarsa produttività?
 
Come chiedere loro di rallentare quando con un’economia iper-dinamica sfornano innovazioni a
tutto campo che domina i mercati mondiali?
Come pretendere una svalutazione del Dollaro (che rende per gli europei le materie prime molto onerose) mentre sta umiliando l’Euro fino a ridurlo a una moneta marginale nel contesto finanziario mondiale?
 
Come chiedere allo Zio Sam di difendere il nostro territorio quando noi spendiamo a malapena il 2% del PIL in spese militari mentre gli investimenti americani nella difesa superano il 6%?
 
Secondo quale logica l’Unione europea ha la pretesa di essere difesa gratuitamente?
 
La politica dei due forni
La pericolosa acrobazia diplomatica europea di fare l’occhiolino alla Cina pur rimanendo alleati degli Stati Uniti, non funziona più: la politica dei due forni nel contesto mondiale odierno si è inceppata costringendo l’Europa a fare scelte nette e inequivocabili.
La Cina del resto ha chiaramente dimostrato di non avere bisogno dell’Europa e dei suoi prodotti legati più a una vanità di forma che ad un effettivo vantaggio tecnologico.
 
I cinesi, che sono molto più sovranisti di quanto abbiamo creduto negli ultimi decenni, stanno sviluppando un’economia autosufficiente primo perché hanno bisogno di muovere la loro economia interna visto che le loro esportazioni sono tendenzialmente in calo, secondo perché il livello tecnologico raggiunto dalle aziende di Pechino in parecchi casi surclassa quello occidentale.
 
Nello specifico, la Germania è la dimostrazione più palese che quello che fu il disegno di allargare il proprio mercato a Est nel miraggio che il più grande mercato del mondo potesse assorbire la sovrapproduzione tedesca, è naufragato malamente creando una inusuale decrescita industriale che ha portato al deragliamento il governo Scholtz e non è affatto un caso che l’economia germanica sia quella in maggiore difficoltà. 
 
Import ed export
Le esportazioni dell’Unione verso gli USA al contrario vanno a gonfie vele tanto che la nuova amministrazione americana non sorprende ne chieda un riequilibrio.
La crescita del valore del dollaro sull’Euro inoltre ha favorito enormemente i prodotti europei che effettivamente hanno accresciuto la loro competitività dovuta alla svalutazione della moneta.
L’Italia ha qualche chance in più della Germania di evitare i dazi chiesti da Trump perché nella maggioranza dei casi i nostri prodotti non vanno in diretta concorrenza con quelli americani; dopodiché sicuramente i buoni rapporti e la posizione strategica che ricopriamo nello scacchiere mediterraneo, ci aiuteranno ad ammorbidire la posizione USA nei nostri confronti.
Ho dei seri dubbi che la stessa sorte capiterà alla Germania dove peraltro la gran parte delle aziende del nord Italia trova sbocco.
 
L’Unione europea in una strettoia generata dai suoi stessi errori
La Commissione europea deve affrontare la sgradevole situazione di dover porre rimedio ai propri macroscopici errori dettati da una stagione dominata dall’ideologia Green ma soprattutto dall’assenza di pragmatismo.
Scriviamo da tempo che i tanti nodi dell’obbligo dell’auto elettrica sarebbero venuti al pettine e che la complessità di implementare un progetto non usuale per le economie liberiste avrebbe causato uno sconquasso al sistema industriale senza precedenti.
 
L’America ha già archiviato l’auto elettrica e un tentativo di disaccoppiamento europeo dagli USA
e un accoppiamento con l’industria cinese risulterebbe a noi fatale.
Tutto il Green deal dovrà essere rivisto perché non esiste sviluppo del sistema industriale senza fonti energetiche certe e a costi accettabili.
 
Sarà un percorso politicamente molto doloroso dover ammettere i propri errori smentendo prese di posizione ambientaliste così estreme da sembrare irreali.
Milioni di lavoratori chiedono spiegazioni e soprattutto certezze sul proprio futuro spaventati come sono dalle migliaia di licenziamenti in corso sia nel settore automotive che in tutti i settori energivori.
 
Si sentono tuttavia ancora forti echi ambientalisti in ambiti congressuali che difendono interessi di pochi a danno dei tanti che invece aspettano politiche realisticamente in grado di mantenere un reddito in un’industria competitiva.
L’incalzare della storia come dicevamo, non lascia più spazio ad errori e mistificazioni: l’Europa deve poter liberare tutte le proprie energie intellettuali senza preconcetti, tra l’altro molto controversi, perché non è più (da tempo) in condizione di dettare regole a nessuno.
In un grande film ambientato nel 1938 che suggerisco a ognuno di voi di guardare, “Quel che resta del giorno”, il discorso del delegato americano rivolto ai commensali europei suona molto profetico: ”Voi europei siete dei dilettanti della politica, ciò di cui avete bisogno sono dei veri professionisti”. Aveva ragione allora come adesso: il dilettantismo europeo ha portato il continente all’irrilevanza politica a cui seguirà anche quella economica; è ora di guardare in faccia alla realtà lasciando perdere fuorvianti idealismi che premiano gli speculatori ma distruggono il futuro degli europei.