La fine dei primi test in Barhein a porte semi chiuse è stata costellata da dichiarazioni avvilite dei top driver: da Hamilton a Verstappen, da Alonso a Leclerc è tutto uno smarrimento, un vedremo, quasi una offesa al loro ruolo di migliori piloti del mondo. Super atleti in grado di gestire la complessità di uno monoposto moderna a 300 km/h.
La questione è di una urgenza imminente, da affrontare con lucidità e senza tifoserie proprio perché di mezzo ci sono i soldi. Tanti soldi. Semplicemente, questo nuovo assetto regolamentare non è solo una questione di tecnica, ma di essenza.
La nuova architettura motoristica, con un incremento della componente elettrica fino a livelli paritari con quella termica e l’eliminazione della MGU-H, ci racconta di un regolamento che occhieggia fin troppo l’industria automotive che guarda all’elettrificazione, ma che mortifica passione, velocità, competenze, talento. “Sembra di guidare una Formula E dopata” questo è il commento tranchant di Verstappen, senza considerare l’analisi precisa, dettagliata di Alonso che spiega tutto. A questo punto la domanda è: cosa accade allo spettacolo e alla natura stessa della guida quando il pilota è costretto a gestire l’energia più che la velocità?
Già le simulazioni avevano suggerito scenari in cui la gestione energetica sarebbe diventata dominante: lift & coast marcati, curve affrontate con maggiore prudenza per preservare l’energia recuperabile, fasi di gara in cui l’attenzione non sarebbe stata tanto sull’attacco, quanto sull’equilibrio tra carica e scarica. I tre giorni di prova hanno confermato drammaticamente queste ipotesi: le parole dei piloti hanno evidenziato apertamente del rischio di gare caratterizzate da gestione energetica estrema e meno aggressiva rispetto all’essenza tradizionale della categoria. Semplicemente la Formula 1 si trova di fronte ad un bivio come mai nella sua storia perché non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un cambio di paradigma nella percezione della specialità.
Il problema di questa scelta regolatoria della FIA non sta nell’elettrico in sé, ma nella proporzione. La Formula 1 non è mai stata solo una piattaforma tecnologica, ma prima di tutto ha sempre rappresentato un’estetica della velocità, una grammatica dell’alta guida. Quando si costringe un pilota a togliere il piede dall’acceleratore in modo strutturale per esigenze energetiche, si introduce una frizione tra regolamento e istinto competitivo e questa frizione non produce valore.
È anche giusto ricordare che da quest’anno l’altra grande novità regolamentare è il passaggio a un carburante sostenibile al 100%. Un messaggio fortissimo perché, questo sì, è probabilmente il contributo più strutturale che la categoria può dare alla decarbonizzazione del motore termico. Qui veramente il motorsport rappresenta un laboratorio reale, non simbolico.
Ma allora la domanda si fa più stringente: era necessario, per sostenere quella traiettoria, spingere in modo così radicale sull’elettrificazione? Si poteva immaginare una strada diversa, concentrando lo sforzo regolatorio sui carburanti sintetici e sui biofuel avanzati e al tempo stesso ripensando il motore termico in chiave plurifrazionata, aspirata o turbo, recuperando anche una parte dell’identità sonora e meccanica che ha sempre caratterizzato la Formula 1?
È più che plausibile ritenere che una maggiore centralità dei carburanti sostenibili, accompagnata da una semplificazione della componente ibrida, avrebbe consentito una transizione energetica altrettanto coerente ma meno invasiva dal punto di vista dello spettacolo, anche perché non è difficile osservare che la percezione del pubblico è un fattore economico, non romantico.
La Formula 1 vive di diritti televisivi, sponsor globali, engagement. Se anche il pubblico meno tecnico inizierà a percepire una categoria meno istintiva, meno aggressiva, più “gestionale”, il rischio non è solo narrativo, ma è strutturale e se l’attenzione si sposta e si perde, il valore si redistribuisce.
Il titolo di questa newsletter: il motorsport come sistema economico è anche il suo punto centrale. Ogni scelta regolatoria non è solo una scelta tecnica, ma è una scelta che ridisegna la filiera, l’attrattività per i costruttori, l’interesse dei partner energetici, la percezione del brand. L’ibridazione spinta manda un messaggio preciso all’industria elettrica, la centralità dei carburanti sostenibili ne avrebbe mandato un altro, forse più coerente con la difesa del motore termico in un’epoca di transizione.
La Formula 1 ha spesso guidato l’industria automotive anticipandone le traiettorie. Oggi la domanda è se stia guidando o se stia rincorrendo e, soprattutto, se nella ricerca di coerenza industriale rischi di sacrificare quella tensione pura verso la prestazione che l’ha resa unica.
Perché è inutile girare intorno al concetto fondante di questa specialità: la Formula 1 deve far venire voglia di accelerare. Se comincia a insegnare a sollevare il piede, qualcosa nel racconto cambia e quando cambia il racconto, cambia anche l’economia che lo sostiene.
Foto da archivio di Marco Della Monica