di Domenico De Rosa, CEO del Gruppo SMET

 
L’annuncio di un possibile passaggio di Iveco sotto controllo indiano, dopo il naufragio della trattativa con i cinesi, rappresenta uno snodo simbolico e strategico per l’industria italiana e per il ruolo, sempre più diafano, che il nostro Paese gioca nelle grandi partite industriali globali.La decisione di Exor di “alleggerire” il portafoglio si inserisce in una logica finanziaria che guarda ai numeri, ai ritorni, agli equilibri di bilancio più che al presidio industriale, al radicamento territoriale e all’identità tecnologica.
 
Ma qui non stiamo parlando di un asset qualsiasi. Iveco è un simbolo storico dell’ingegneria meccanica italiana, un nodo cruciale della filiera dei trasporti e della mobilità commerciale. Cederla non è solo un’operazione economica: è un atto politico. Dopo il veto all’ingresso del capitale cinese, ci si interroga se l’India sarà una destinazione più gradita per ragioni geopolitiche. Ma in fondo, la vera domanda è un’altra: che ruolo ha ancora l’Italia industriale nel decidere il proprio destino? O ci accontentiamo di recitare la parte del “Paese-vetrina”, dove il valore si crea per poi essere sistematicamente alienato altrove?
 
Serve un Governo capace di andare oltre la tattica e le autorizzazioni formali, che eserciti una visione strategica sull’industria nazionale, imponendo non solo un “golden power” difensivo, ma un “golden purpose” offensivo. Perché senza politica industriale, senza radici produttive, non c’è sovranità economica. E senza sovranità economica, la logistica del futuro sarà sempre più progettata altrove, trasportata da altri, e pagata a caro prezzo da chi ha dismesso le proprie leve. Come imprenditore della mobilità e della logistica, vedo nel futuro di Iveco un riflesso del futuro di tutti noi.Non è solo un’azienda a cambiare padrone. È un pezzo d’Italia che rischia di non sapere più dove andare.