di Davide Montella, Founder & Owner di Driving Motorsport | Formazione sulla Guida sicura per il personale viaggiante di aziende
Quando il bisogno di approvazione sale in macchina, l’esperienza passa subito sul sedile del passeggero. Ci sono passeggeri che occupano solo un posto. E altri che occupano anche una bella fetta della tua attenzione. Non devono dire niente. Non devono criticare. Basta che siano lì.
Parti tranquillo, come fai sempre. I primi chilometri filano lisci. Poi, quasi senza accorgertene, qualcosa cambia. Freni un po’ prima del necessario. Controlli gli specchietti più spesso. Prendi una curva con una cautela strana. Oppure fai l’opposto: acceleri più del solito, come se dovessi dimostrare qualcosa.
La cosa strana è che spesso quella persona non ha aperto bocca. Eppure, è riuscita a salire a bordo anche del tuo modo di guidare. Per alcuni è un genitore. Per altri un capo, un cliente importante, un collega saputello o perfino un figlio. Quello che hanno in comune è il loro giudizio (vero o immaginato) che per noi pesa tantissimo.
Da quel momento non stai più guidando solo sulla strada. Stai guidando anche dentro la testa di quella persona. Una parte di te guarda il traffico, l’altra si chiede: “Come sto apparendo?”. E senza rendertene conto, smetti di guidare con naturalezza.
Quando la presenza di qualcuno ti cambia il modo di guidare
Questo fenomeno la psicologia lo conosce bene: quando ci sentiamo osservati o valutati, il cervello inizia a rubare risorse alla guida per dedicarle alla domanda “Sto facendo bella figura?”. Nella guida normale, dopo anni di esperienza, fai tantissime cose in automatico. Riconosci i pericoli prima che arrivino (o almeno dovresti), anticipi, leggi la strada. Quando sale a bordo il “giudice”, però, quell’automatico si inceppa.
Più cerchi di guidare “bene”, più guidi male. Più vuoi apparire competente, meno lasci lavorare l’esperienza che hai. Lo vedo continuamente nei corsi di Driving Motorsport. Appena sale l’istruttore, anche se non ha ancora detto una parola, molti modificano il loro comportamento. Diventano più rigidi, più controllati, meno fluidi.
Gli esperti lo chiamano “reinvestment”: riporti sotto controllo cosciente quello che facevi in automatico. Paradossalmente, proprio mentre cerchi di fare meglio, fai peggio.
Il prezzo che paghiamo? Perdere l’attimo prima.
L’effetto più interessante non è un errore evidente, non è una frenata sbagliata, né una curva presa male. È qualcosa di più sottile. Perdiamo l’attimo prima.
Come riprendersi il volante
La buona notizia è che spesso basta accorgersene. La prossima volta che senti quella tensione, fatti una domanda semplice: «Sto guidando per arrivare a destinazione o per dimostrare qualcosa?»
La risposta arriva subito. E in quel momento puoi riprendere il volante… quello nella testa. Una frase che funziona molto bene è dirla con calma: «Ok, guido io. Mi sento tranquillo così. Se vedi qualcosa di strano dimmelo, altrimenti vado come piace a me». Semplice, ma toglie tanta pressione.
L’attimo prima appartiene alla presenza
La guida migliore non nasce dal desiderio di impressionare qualcuno. Non nasce dal bisogno di sembrare esperti, sicuri o impeccabili. Nasce dalla presenza. Nasce quando l’attenzione torna sulla strada, sull’ambiente, sugli eventi che stanno per accadere.
Per questo vale la pena osservare quei momenti in cui iniziamo a recitare. Perché ogni volta che smettiamo di guidare per gli altri e torniamo a guidare per la strada, recuperiamo qualcosa di prezioso. Recuperiamo naturalezza, lucidità…recuperiamo l’attimo prima.