Via elettrica: allarme lavoro e cinesi all’assalto

Di Pierluigi Bonora

Si fa di tutto per promuovere la “via elettrica” di Bruxelles e diffondere segnali ultrapositivi e rassicuranti sull’obbligo, tra un po’, di farci sedere tutti sull’auto elettrica e sulla decisione dei consumatori di aver scelto questa opzione. Massima enfasi, dunque, al +500% dell’era post Covid in Italia e in Europa – come rilevano Motus-E e Legambiente – all’opzione della “scossa” su quattro ruote. Dalla recente analisi – che quest’anno ha preso in considerazione Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari – viene fuori che “in Italia e in Europa si vendono il 20% di auto in meno del 2019, ma molto di più elettriche”. Vero (il calo delle vendite di auto), ma è giusto approfondire tra Covid-19, incentivi a singhiozzo, situazione economica, eccetera eccetera.

Sarà, ma non è che in giro di auto elettriche se ne vedano tantissime: qualche Tesla, personalmente anche una Nuova 500 e una Volkswagen ID.4 dalle mie parti. E poi ci sono le ibride ricaricabili che – è bene ricordarlo – oltre al motore elettrico (in quanti lo usano veramente e con continuità?) presentano quello termico, a benzina o Diesel. Quindi, quando si contano a ogni fine del mese le vetture elettrificate e quelle con alimentazione endotermica, sarebbe doveroso includere nel conteggio dei propulsori tradizionali anche quelli montati sulle auto ibride plug-in, soluzione che resta la più razionale anche se ancora troppo costosa per gli utenti.

Intanto, affiorano i primi grossi nei che potrebbero presto degenerare in qualcosa di peggio. A pagare questa trasformazione accelerata della mobilità verso il tutto elettrico (allarme già lanciato tempo fa, però mai preso in seria considerazione) rischiano di essere i lavoratori, loro malgrado in pole position. Ed ecco il gruppo Volkswagen, in prima linea proprio verso il tutto elettrico e artefice di mille pressioni sulle istituzioni tedesche e Ue per accelerare pro domo sua la svolta anti CO2, alle prese con la competitività del grande stabilimento di Wolfsburg. Da qui possibili tagli fino a 30mila posti. E a non fare dormire tranquillo l’ad Herbert Diess c’è anche la minaccia Tesla, pronta a fare della Germania un importante hub produttivo. Prospettiva che fa paura a Volkswagen.

E pensare che si è solo all’inizio di un sacco di problemi. Il colpo di grazia, infatti, potrebbe arrivare dalla Cina con le sue “low cost” elettriche, Paese che sta trovando la strada spianata per colpa di un’Europa che ha deciso di mandare al patibolo il fior fior della sua industria motoristica e di un settore che si è dimostrato passivo e incapace di reagire, sposando controvoglia – per poi vantarsene – una strategia azzardata nei modi e nei tempi. Una riflessione è d’obbligo.

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