Autotrasporto: imprese e lavoratori devono seguire la stessa strada

di Paolo Uggé*

Un proverbio africano dice: “Chi vuole una cosa trova una strada, chi non la vuole trova una scusa”. Un detto che calza a pennello al mondo del lavoro italiano dove oggi più che mai, alla luce dei mutamenti che si stanno determinando, occorrerebbe mettere da parte perplessità e preconcetti per trovare, senza scuse, una cosa che vogliono sia le imprese di autotrasporto sia i loro lavoratori, sempre più avvicinati da “cose in comune”. Quali? I tempi di lavoro, la remunerazione dei dipendenti, la competitività di un’impresa, i livelli di inquinamento. Temi sui quali è possibile costruire percorsi condivisi, con gli imprenditori e i lavoratori che insieme possono, se davvero lo vogliono, affrontare meglio i mutamenti, necessari, senza che gravino su una parte piuttosto che su un’altra.

È questa la strada da trovare per riuscire a raggiungere i diversi obiettivi, imposti dai mutamenti, evitando che sia una sola parte, la più debole, a subirne le conseguenze, senza indugiare su aspetti che certamente vedono sensibilità diverse ma per i quali è possibile individuare soluzioni utili a tutti. Trovarle, attraverso nuove sinergie, tocca alle parti sociali, individuando le soluzioni più adeguate nel modo più rapido e tangibile su argomenti destinati a impattare in modo inevitabile sia sulla qualità della vita dei lavoratori sia sulla competitività delle imprese. Missione non facile, ma possibile se gestita in concordia. Non può essere questo il punto di partenza? Attenzione: nessuno vuol confondere il ruolo profondamente differente tra le parti, quella imprenditoriale e quella dei lavoratori. Non v’è ombra di dubbio, tuttavia, che il futuro di un’impresa leghi indubbiamente sempre più le due “componenti”: senza attente prestazioni lavorative un’impresa difficilmente raggiunge i propri obiettivi e altrettanto si può sostenere invertendo le parti.

La condivisione dei percorsi, nel rispetto dell’equilibrio dei ruoli, conviene a entrambe. Qualcuno anni fa la chiamò cogestione: termine che lasciava chiaramente intravedere nuove strade da percorrere per progredire insieme, ma quando venne concretamente proposta fu combattuta, come se fosse un’operazione per rompere il fronte sindacale o per consentire al “nemico” di mettere i piedi nelle attività che debbono competere solo alla parte padronale. Era il tempo del “padrone delle ferriere”, oggi ampiamente superato dai fatti che dimostrano, senza possibilità di interpretazioni, come occorra invece connettere entrambi gli interessi per competere.

L’interesse comune deve costringere a una riflessione profonda, in particolar modo su un tema fondamentale: la tutela dell’ambiente. Argomento che accomuna ma che non può divenire il grimaldello per qualche realtà interessata a mettere in atto azioni che intervengono sulla competitività di imprese, ma nel contempo costringono i lavoratori a subirne le conseguenze nella propria attività di lavoro. Con i Governi chiamati ad adottare politiche affrontate come elemento per un confronto positivo, non legato alle ideologie e preconcetti, ma sempre nel rispetto dei rispettivi ruoli, attraverso iniziative comuni che possano consentire il raggiungimento di miglioramenti generando positività per tutti.

Come definire questo modo innovativo e più utile nella gestione dei rapporti tra le parti? Le parole possono non servire: meglio che a parlare siano i fatti, le azioni concrete che oggi sono chiamati a compiere, senza perdere altro preziosissimo tempo, tutti coloro che davvero cercano una strada e non delle scuse. Percorrendo una via che dev’essere lastricata di disponibilità e volontà a fare gioco di squadra per poter portare al traguardo che tutti vogliono raggiungere, ovvero rendere finalmente accettabili esperienze che hanno una matrice comune e un identico obiettivo: realizzare attività lavorative dignitose e finalizzate a una crescita di tutti. Utopia? Forse sì. Ma perché non verificare se è percorribile?

*Vicepresidente di Conftrasporto e Confcommercio

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