di Andrea Taschini, manager e advisor automotive
La mappa geopolitica è chiara. Gli Stati Uniti dispongono di circa 800 basi militari nel mondo oltre che quelle dei suoi alleati; la Cina di due. Il reddito medio pro capite americano supera gli 89.000 dollari annui; quello cinese si aggira intorno ai 13.000, con vaste aree del Paese in cui centinaia di milioni di persone vivono con meno di 4.500 dollari l’anno.
Non siamo quindi di fronte a una potenza omogeneamente prospera, ma a un sistema che compensa le enormi fragilità interne attraverso una politica industriale aggressiva, orientata all’export e alla conquista di quote di mercato a discapito di altri che invece tutelano dignità umana e ambiente.
Il nodo europeo non è la presunta invincibilità cinese. È la nostra esitazione strategica. Se rinunciamo a difendere massa critica, filiere e autonomia produttiva, il problema non sarà Pechino, ma la nostra incapacità di reagire.
Consentire l’erosione progressiva del tessuto industriale in assenza di una risposta dura e inflessibile non è pragmatismo: è una scelta che rischia di compromettere la stabilità del nostro Continente.
Servono urgentemente contingentamenti all’importazione di auto dalla Cina se non vogliamo seppellire 13 milioni di posti di lavoro e il 7% del nostro PIL oltre che perdere l’autonomia strategica su un bene irrinunciabile come quello della mobilità.