di Massimo Artusi, presidente di Federauto

 
Il risultato di quest’anno conferma l’inefficacia di una politica di incentivazione discontinua e confusa, ma soprattutto di un quadro normativo europeo che continua a essere ideologizzato e che ha creato sconcerto sul mercato – soprattutto nella parte di privati e società – che ha mostrato di non gradire l’auto elettrica se non con il sostegno di un massiccio contributo pubblico, impossibile da sostenere sul lungo periodo.
 
Se riguardo al tema di incentivazione è ormai tanto indiscutibile quanto ineluttabile mettere mano alla politica fiscale italiana, terminando la stagione dei bonus, non contribuisce a diradare la confusione l’annuncio del nuovo pacchetto normativo presentato dalla Commissione a seguito della richiesta – dei Governi e dei produttori – di una maggiore flessibilità nel Regolamento CO2.
 
Anzi, l’abbattimento del tabù del 100% per la produzione di auto solo elettriche sembra tesa unicamente a ottenere i titoli dei giornali e a manipolare la pubblica opinione, mentre su quello striminzito -10% attribuito al termico e ai biocarburanti vengono introdotti una serie di paletti, coinvolgendo anche l’improbabile acciaio green in un gioco di crediti e risparmi difficile da interpretare, tali da richiamare antica usanza di dare qualcosa con una mano e riprendersela con l’altra.
 
L’abbattimento del 10% delle emissioni della CO2 lasciato alle motorizzazioni termiche, peraltro, certamente non corrisponde alla domanda reale del mercato, così come continua a essere irrealistico pensare di ridurre del 90% le emissioni (al terminale di scarico) mediante la diffusione massiva delle BEV considerato che nel mercato UE la quota delle BEV si aggira intorno al 18% dell’immatricolato.

Ma è tutto il complesso del nuovo pacchetto Automotive che punta ancora, sempre e soltanto sulla motorizzazione elettrica, con sostegni ingenti per la produzione di batterie e gli incentivi per le auto utilitarie, in un inseguimento sanguinoso delle tecnologie cinesi che sta provocando la chiusura di interi stabilimenti dell’automotive, dei produttori di componenti e dei concessionari europei.
 
Quella della Commissione UE, dunque, non è una retromarcia, ma pura cosmesi normativa, con la prosecuzione pervicace, verso lo stesso obiettivo di una produzione tutta e solo elettrica, rinviata forse solo di qualche anno. Se la Commissione avesse davvero voluto cambiare rotta, avrebbe dovuto non solo riconoscere formalmente – come ha fatto – i biocarburanti come “renewable fuels”, e quindi idonei a contribuire a quel 90% di emissioni zero, ma avrebbe dovuto conseguentemente rinunciare anche allo strampalato criterio di misurazione delle emissioni al tubo di scarico (ciclo Tank-to-Wheel) che di fatto obbliga alla trazione elettrica, ignorando l’impatto che essa produce a monte (ad es. estrazioni minerarie), nell’utilizzo del veicolo (ad es. fonti della produzione elettrica) e a valle (ad es. riciclo del mezzo e dei componenti elettronici)».

È dunque fortemente auspicabile che la proposta della Commissione venga largamente emendata in questo senso dal Parlamento europeo e che ciò venga fatto al più presto possibile, per evitare che decisioni più razionali e aderenti al mercato arrivino prima che sia troppo tardi. L’appello è “si dia retta al mercato”.

 
Foto da ufficio stampa Federauto