di Andrea Taschini, manager automotive – (dal magazine “Parts”)
Abbiamo davanti a noi 12 mesi pieni di cambiamenti che molto probabilmente modificheranno gli assetti politici ed economici del prossimo decennio. L’Europa naviga a vista intralciata da pseudo ideologie ambientaliste, iper regolamentazione alle attività produttive e tassazioni necessarie in gran parte per coprire una spesa corrente improduttiva. La partita si giocherà sullo scacchiere mondiale della competitività e sembra che l’Unione non sia in grado di giocarla: vedremo se le élite sapranno dare una svolta a una situazione veramente difficile in cui per altro volontariamente (e inutilmente) si sono infilate.
Tutti al voto
Così si ricorderà il 2024 negli annali storici, l’anno in cui 2 miliardi di elettori in rappresentanza di 4 miliardi di persone in 76 Paesi, si saranno recati alle urne per esprimere la nuova classe politica che guiderà il loro paesi fino alla fine del decennio. È quasi certo e inevitabile che la storia politica ed economica mondiale subirà parecchi cambiamenti e probabilmente in alcuni casi svolte decisive. Tra tutte le elezioni quelle che eleggeranno il presidente degli Stati uniti e quelle che formeranno il nuovo parlamento europeo, saranno ovviamente le più importanti e le più determinanti per il mondo occidentale.
Gli ultimi 5 anni sono stati tra i più tribolati della recente storia mondiale e sembra che le turbolenze, siano destinate non a ridursi ma ad acuirsi nel futuro prossimo. Senza dubbio questa crescente instabilità ha origini lontane: da almeno un trentennio si sono compiute delle scelte incaute, frutto di una superficialità dettata da un’assenza di rigore politico e da uno scarso spessore intellettuale delle varie classi dirigenti che si sono succedute dopo la caduta del muro di Berlino.
Il fatto di avere vinto il nemico sovietico senza sparare un colpo di cannone, pur avendo una grande valenza meritoria, ha esposto le giovani élite ai rischi di una visione irrealistica del mondo, rendendole sicure che una continua crescita economica dovuta sia alle nuove tecnologie, sia all’allargarsi dei mercati, ma soprattutto all’assenza di una controparte con cui confrontarsi, fosse inarrestabile. Ora che i nodi stanno venendo tutti al pettine, lo sbandamento risulta evidente, mentre sempre più si percepisce il vuoto lasciato da una classe politica e manageriale non all’altezza di gestire le vicende che si stanno sviluppando con una complessità sempre maggiore.
L’Europa non fa più la storia…
Il continente europeo che dal 1945 ha perso la sua centralità politica mondiale, in questo contesto sembra in balia degli eventi: con una guerra sulla soglia di casa e una struttura di welfare sociale che fa fatica a reggere i propri debiti, il grado di fiducia dei cittadini è in caduta libera facilmente misurabile nel tasso di natalità che sta portando l’Unione sull’orlo della decrescita demografica. È anche utile sottolineare che l’intero Occidente ma in maniera più specifica l’Europa, in questa fase politica, sta accentuando il senso di sfiducia della sua popolazione con insistenti revisionismi in senso negativo della propria storia, essendosi scordata che proprio la civiltà europea è stata invece l’assoluta artefice dell’unico modello sociale che ha dato una speranza ed una dignità di vita all’umanità. La storia si sta quindi allontanando dal Vecchio continente senza tuttavia lasciare ai cittadini europei un’alternativa credibile di sviluppo e benessere.
…ma nemmeno l’economia
Sebbene lo scenario nel quale l’economia nel Dopoguerra europea ha posto le fondamenta del proprio successo sia profondamente cambiato, l’establishment ha fatto fatica comprendere l’evoluzione degli avvenimenti perché immersa in uno contesto ovattato e apparentemente privo di minacce reali. Di conseguenza, da un lato la spesa militare è stata sostanzialmente azzerata tanto che oggi senza l’ombrello difensivo americano saremmo prede per avvoltoi, dall’altro il mercato con la dissoluzione dell’Unione sovietica si è improvvisamente allargato fornendo opportunità inaspettate senza tuttavia rendere consapevole la classe dirigente che le regole del gioco stavano rapidamente cambiando.
Gli europei continuano a illudersi di essere la guida morale del mondo dimenticandosi che in uno scenario globale nessun paese può essere un punto di riferimento credibile senza essere in possesso anche di un temibile apparato militare con la conseguenza che le comparsate diplomatiche dell’Unione sfociano molto spesso nel patetico. Ci siamo per esempio scordati che la sola creatività e l’allure dello stile fanno parte dei piaceri della vita, ma quando ci si siede ai tavoli internazionali senza un’industria strategica competitiva non si ha alcun peso specifico.
Ci siamo anche incredibilmente convinti che avremmo potuto alimentare il nostro benessere senza acciaio, metallurgia, miniere, industria digitale e persino fonti energetiche che sono e rimarranno il pilastro fondamentale del benessere di ogni società.
Con questi presupposti non c’è quindi da sorprendersi se il PIL Europeo in 20 anni è cresciuto la metà di quello degli Stati Uniti (quello dell’Italia l’80% in meno…).
Solo recentemente, forse sollecitati dalle imminenti elezioni politiche del giugno 2024, a qualcuno a Bruxelles è venuto in mente che al di là di tutti i proclami ambientalisti e anti industriali, l’Europa si è infilata in un grosso problema strutturale: non è più competitiva e l’incombente deindustrializzazione ci priverà di quella crescita economica senza la quale il debito ingigantitosi enormemente nel periodo pandemico, non sarà più sostenibile soprattutto se come sembra sempre più probabile, gli europei dovranno provvedere da soli alla difesa del continente.
Alla disperata ricerca di soluzioni
Sembra incredibile, ma la pletora di esperti, lobbisti, politici e professori che gravitano intorno alla Commissione europea, non è stata giudicata in grado di capire le ragioni di una così accentuata perdita di competitività, Si incarica quindi Mario Draghi perché studi il caso e dia un suo responso alla questione indicandone possibilmente anche le soluzioni. Le cause della perdita di competitività industriale del sistema europeo sono riassumibili in tre argomenti principali a seguire. 1 – Green deal
L’Europa è già un continente praticamente decarbonizzato; le emissioni di CO2 rappresentano il 7% di quelle mondiali mentre Stati Uniti e Cina sono rispettivamente al 15% e al 32% sebbene il nostro PIL sia sostanzialmente paritario a quello di Pechino. Nonostante il quadro sia molto chiaro, l’Europa continua incessantemente a legiferare per ridurre le emissioni ponendo vincoli e tasse (ETS) sulla produzione energetica ed industriale tanto da rendere le proprie aziende non più competitive sullo scenario economico globale aprendo nel contempo le porte a maggiori importazioni di manufatti dai paesi esterni all’area comunitaria.
La capacità di avere energia disponibile e a basso costo, è il primo fondamento indispensabile per chi si voglia definire una potenza industriale: l’Unione minandone i presupposti sta rendendo la vita molto difficile alle imprese che infatti delocalizzano gli impianti produttivi in aree meno penalizzate anche al suo stesso interno: è recentissimo il caso di Mittal che lascia l’Italia e investe in Francia dove l’energia nucleare (fino a poco tempo fa sull’orlo di essere anch’essa messa al bando dalla UE) garantisce la stabilità e la competitività energetica (la Francia è esportatrice netta di elettricità).
La materia energetica se non gestita in maniera equilibrata e spinta da ideologie ambientaliste punitive, può portare ai disastrosi risultati tedeschi dove il crollo della produzione industriale è riscontrabile nella caduta dei consumi energetici tornati ai livelli del 1978: ci vorranno anni perché la Germania recuperi il tempo e la competitività perdute.
Infine la molto discussa messa al bando delle auto endotermiche, di cui abbiamo già ampiamente parlato su questa rivista, per imporre l’utilizzo di vetture elettriche notoriamente dominate indiscutibilmente dalla Cina, aggiunge destabilizzazione ad un comparto già in gravi difficoltà strategiche. Gli importanti numeri del settore automotive sono facilmente riscontrabili e non danno adito a dubbi di come la produzione di vetture sia per l’Europa un asse portante della propria economia. 2 – La burocrazia domina il sistema
L’iper-regolamentazione, dettata in questi anni dalla Commissione che si è addentrata inutili e cavillosi dell’economia, ha intralciato il libero svolgimento delle attività imprenditoriali. Se Henry Kissinger sosteneva che l’evoluzione democratica aveva portato dalla “aristocracy alla meritocracy”, il continuo e forsennato legiferare della commissione ha portato invece ad un regime di “bureaucracy” nel quale le aziende si trovano costrette a seguire leggi e regolamenti piuttosto che fare impresa, sperperando con ciò tempo e denari che invece sarebbero molto più utili se indirizzati alla ricerca e all’innovazione oltre che alla competitività di sistema.
Abbiamo così trasformato anche per una formazione intellettuale inadeguata, i manager in funzionari frenando lo spirito principale che essi dovrebbero possedere che è quello del problem solving.
All’interno delle aziende, abbiamo invece cresciuto una schiera di burocrati la cui unica funzione è quella di eludere i problemi, certi che con la compilazione di qualche report, qualsiasi sia il risultato del loro operato sarà sicuramente apprezzato. La competizione internazionale ci impone flessibilità, velocità d’azione e uomini preparati con una solida capacità di visione. Bisogna sottolineare che l’attitudine del burocrate ha colpito anche le istituzioni europee ingessando un sistema che se non sarà rapidamente riformato porterà a danni irreparabili. 3 – Eccesso di tassazione
L’eccesso di burocrazia e di tutele sociali anche ingiustificate, ha fatto dell’Europa un Continente dove la tassazione sottrae immani risorse alle aziende e ai consumi privati. In Italia siamo stati maestri a tassare qualsiasi persona fisica o giuridica indiscriminatamente ma l’Unione europea non lo è da meno. La competitività delle imprese si gioca anche sulla capacità di attrarre investimenti sotto il punto di vista fiscale. Sicuramente la libertà di movimento di merci e capitali ha reso semplice trasferire le produzioni altrove dove il contesto legislativo e fiscale risulta meno oneroso e più competitivo.
Il mondo, che la classe politica post 1989 ha voluto globalizzato non lascia più adito a interpretazioni ideologiche ma soprattutto i numeri che non mentono mai, non accettano soluzioni che prescindano dalla realtà. Le parole chiave per una soluzione efficace alla perdita di competitività europea sono semplificazione e deregolamentazione. L’anno 2024 segnerà un nuovo capitolo della storia mondiale e sarà solo un inizio di un trend che segnerà i nuovi assetti mondiali. Forse è venuto il momento di avere una classe dirigente meno ideologizzata e più attenta.