di Domenico De Rosa, CEO del Gruppo SMET

 
Continuo a pensare che ci sia un errore di impostazione strategica che rischia di diventare sempre più evidente. Ogni settimana emerge una nuova notizia che lega il nome Ferrari a soluzioni pensate per il mondo dell’elettrico. Oggi addirittura si parla di pannelli solari retrattili applicati a una vettura che porta il Cavallino Rampante. E mi domando se abbia davvero senso continuare a sovrapporre questo universo tecnologico a un marchio che, da quasi ottant’anni, rappresenta tutt’altro.

Ferrari non è mai stata semplicemente un costruttore di automobili. Ferrari è cultura industriale italiana, è meccanica raffinata, è emozione, è suono, è desiderio, è un patrimonio simbolico costruito in generazioni di appassionati. Per questo motivo continuo a ritenere che la scelta più lungimirante sarebbe stata un’altra. Se il futuro impone lo sviluppo di tecnologie full electric, di piattaforme energetiche innovative e di nuove forme di mobilità, si sarebbe dovuto creare un brand dedicato, autonomo e parallelo, capace di sviluppare queste soluzioni senza alterare l’identità di Ferrari.

Innovare non significa necessariamente contaminare tutto. Le grandi aziende sanno distinguere il progresso dalla rinuncia alla propria identità. Perché un conto è investire nella ricerca e nelle tecnologie del futuro, un altro è inserire nel medesimo catalogo Ferrari concetti che appartengono a un universo valoriale profondamente diverso da quello che il Cavallino Rampante ha saputo costruire nella sua storia.

La forza di Ferrari è sempre stata la sua unicità. Ed è proprio questa unicità che andrebbe protetta. Il rischio, altrimenti, non è tecnologico. È culturale.
Ed è sempre molto più semplice costruire una nuova identità che tentare di ridefinire un mito riconosciuto e ammirato in tutto il mondo.