Quando eravamo Re

di Federico Falsini

Omaggio un titolo che ricorda l’indimenticabile documentario con cui Muhammad Ali riprese il titolo dei pesi massimi contro Foreman in Zaire nel 1974. Motivo? Perché vorrei oggi fare una riflessione su alcuni personaggi del secolo scorso, che oltre ad aver lasciato un segno nel panorama motoristico, hanno marcato la storia con piccoli aneddoti che solo grandi uomini potevano lasciare.

Iniziamo con il “padre” della prima auto popolare, Henry Ford.  Soleva togliersi il cappello quando vedeva passare una Alfa Romeo. Un piccolo gesto di rispetto dall’uomo che aveva creato l’automobile per tutti verso un marchio italiano che ne rappresentava, all’epoca, la massima espressione di sportività ed eccellenza motoristica.

Ma non tutti i rapporti con lo Stivale mediterraneo furono idilliaci. Ne fu prova lo scontro con un’altra Casa modenese, la Ferrari. Si racconta che a pochi passi dalla cessione del marchio italiano al colosso americano, il Drake abbia cambiato idea inorridendo al pensiero di vedere le proprie “figlie” correre su circuiti ovali e, non avendo completo controllo sul reparto corse, rifiutò il contratto. Anzi, a onor del vero, si trovano ancora delle immagini del famoso documento corretto con stilografica dall’inchiostro viola. Altro segno distintivo del boss di Maranello

 

Quei manager-imprenditori di un tempo

E potevano secondo voi gli americani abbozzare con un sorriso? No… Stiamo parlando di uomini veri, che per semplici pigli di orgoglio hanno rivoluzionato interi settori. Nello specifico venne creata la Ford GT40 con unico e specifico scopo di rendere la pariglia battendo le Ferrari a Le Mans. Impresa che riuscirà nel 1966 e per i successivi 3 anni. Il quale Enzo Ferrari era tutt’ altro che uomo posato e garbato…Grazie al celebre litigio con un altro sanguigno emiliano, vedrà la luce un’altra auto spettacolare.

Ferruccio Lamborghini, infatti, stanco dei continui guasti alla trasmissione della sua Ferrari e avendo per proprio conto riparato e capito la causa del problema, si recò a Maranello dal Drake. Il quale lo liquidò con sufficienza e un laconico “Cosa vuol saperne di auto lei che guida trattori?”. Commiato che ai più (vista l’autorità da cui proveniva) avrebbe consentito solo di uscire mestamente dalla stanza con aria di sconfitta.

Ma il fondatore della Casa del Toro, non a caso, era nato proprio sotto quel segno zodiacale e ne aveva tutte le caratteristiche. Così decise di reagire, Ferruccio, all’affronto subito da Ferrari :  in quattro e quattr’otto reclutò Giotto Bizzarini e Gian Paolo Dallara per realizzare un un autotelaio con motore posteriore (mai visto prima su una auto di serie) che fu presentato al salone di Torino del 1965.

Al quale salone ovviamente partecipavano anche molti carrozzieri (non mi dite che state pensando alle officine di riparazione…), tra cui Nuccio Bertone. Altro grande uomo che cimpresa subito la genialità del progetto,  avvicinò Lamborghini in persona. Convincendolo con queste parole: “Io sono quello che può fare la scarpa per il tuo piede” (fonte ufficiale sito Lamborghini). Alcuni dicono che aggiunse anche, “la carrozzeria per questa macchina devo fargliela io, anche se non me la paga”.

Quale sia stata la realtà la sanno solo i protagonisti, sta di fatto che donarono all’umanità quella che ritengo ancor oggi la macchina più bella del mondo: la Miura. Come la dea greca Pallade Atena nacque da un colpo di martello alla testa del padre Zeus, per liberarlo da un forte mal di testa, Miura nasceva dalla rabbia di un emiliano “tosto” verso un altro ancora più “duro”. Disegnata da un torinese che rispetto agli altri due non era da meno.

C’era una volta la Lambretta

Qualcuno ricorda come nacque l’esclusiva Lambretta chiamata Macchia Nera? Beh, sembra che Bertone stesse discutendo piuttosto veementemente con Innocenti e nessuno dei due voleva cedere su le proprie posizioni. I toni si alzarono sino a che il padre della Miura prese la penna e la gettò stizzito sul tavolo su cui era stato steso il bozzetto/progetto della Lambretta. La penna perse dell’ inchiostro che sporcò il disegno. A quel punto alzò gli occhi verso l’interlocutore e, con segno di pace, esclamò “E macchia sia…”.

I designer sono sempre stati un po’ particolari, i migliori li ho sempre visti come moderni pittori. Già, perché non dimentichiamoci che come i pittori del Medioevo furono mercenari che in rari casi si opponevano alle richieste del mecenate, anche nel campo motoristico ci sono stati simili episodi. Il più bello lo ricordo con due grandi del panorama motociclistico italiano che oggi, ahimè, non ci sono più. 

Il grande Ivano Baggio

Ivano Beggio, boss di Aprilia, Casa motociclistica che spopolava tra i 16enni degli anni ‘90 e indiscussa protagonista nelle serie minori del campionato mondiale velocità, aveva un sogno: avere Massimo Tamburini. Un sogno che comprendo benissimo, visto che reputo Tamburini ancor oggi come il più grande designer di moto di sempre. E cosa fa allora Beggio? Una sera si presenta a casa Tamburini, suona il campanello e viene accolto da Massimo. Il quale si vede porgere in mano un assegno in bianco, già firmato. “Metta lei la cifra”, suggerisce Ivano. “La ringrazio ingegnere, ma quel matto di Castiglioni (Cagiva) non lo lascio…”, fu la risposta.

 

Questi sono solo alcuni anedotti, i primi che mi sono tornati in mente, di uomini genuini, sanguigni, uomini veri. Si dice che di questi non ne nasca più, io spero non sia vero. Ma se do uno sguardo ad oggi ascoltando solo manager che snocciolano percentuali di ricavi e perdite, puntualizzano strategie di marketing, motivano vantaggi nella delocalizzazione… Mi fermo qui.

Ah, ne approfitto per annuncio economico. Se qualcuno ha ritrovato e vuole vendere uno “stampo per uomini di una volta” me lo faccia sapere. Pago qualsiasi cifra

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