Enzo Ferrari, il mio ricordo

di Nestore Morosini

Trent’anni fa mancò Enzo Ferrari. Per sua volontà la morte venne annunciata il 15 agosto, giorno in cui i media in Italia non lavorano: voleva evitare che gli uomini politici potessero andare in passerella con la scusa di commemorarlo. L’avevo incontrato a fine aprile quando ero andato a ringraziarlo, insieme all’avvocato Franco Petrelli, direttore generale della Rcs, per averci consentito di pubblicare a puntate il libro “Piloti che gente”. Con Enzo Ferrari ho vissuto dodici anni della mia vita professionale. Per questo non voglio dare giudizi postumi sull’uomo e sul suo operato, voglio invece ricordarlo con alcuni episodi.

Finito il mondiale di Formula 1, Enzo Ferrari era solito organizzare una conferenza stampa per discutere con i giornalisti della stagione appena trascorsa. Più che altro il Drake si divertiva a mettere in crisi gli autori degli articoli che non gli erano andati a genio. Ad esempio, a un giornalista che gli chiedeva perché le Ferrari erano risultate non troppo competitive, il Drake rispose: ”Lei, caro signore, ha avuto l’ardire di scrivere che le mie macchine erano delle tartarughe. Forse ignora che sulla maglietta di Tazio Nuvolari, il più grande pilota italiano mai esistito, c’era ricamata proprio una tartaruga. Il cui significato era l’esatto contrario di quello che lei ha scritto”.

Così facendo, il Drake cercava di rimediare a qualche flop delle sue macchine facendo al tempo stesso divertire l’uditorio e dando ai giornalisti materiale per scrivere articoli pepati Certo coloro che venivano presi di mira, si divertivano poco perché c’era sempre qualche pubblicazione che non ometteva nomi e cognomi raccontando questi colpi di flobert.

Bene. Nella conferenza stampa seguita a un mondiale, io mi ero preoccupato di sedere in fondo alla sala, non intendendo fare domande. 

Perché? Perché avevo scritto qualcosa sulle prestazioni delle macchine che all’ingegner Ferrari non era garbato. E immaginavo che se avessi fatto una 

domanda, il Drake mi avrebbe “massacrato”.

Le domande si susseguivano e io zitto. Franco Gozzi mi faceva cenno di chiedere: e io zitto.

Dopo un paio d’ore Ferrari, che era una volpe alla quale nessuna gallina poteva scappare, disse forte: ”Insomma, Morosini non c’è?”. Una lenza con una tremenda esca nascosta. Mi alzai e dissi: ”Sono qui, ma non ho nulla da chiederle”.

Credevo di averlo fregato, ma in mezzo secondo Ferrari mi tolse ogni illusione: ”Lei non ha nulla da chiedermi ma io ho qualcosa da dirle”. E mi massacrò per una decina di minuti.

Tuttavia l’anno dopo, mi concesse il più alto riconoscimento che Enzo Ferrari riservava ai giornalisti: il Premio Dino Ferrari. FERRARI E I SUOI PILOTI.

«Un padrone delle ferriere». Era questo il modo singolare, ma per certi versi affettuoso, con cui Clay Regazzoni amava definire Enzo Ferrari. E che il Drake fosse un vero padrone, è fatto che nessuno dei piloti che hanno fatto tappa a Maranello può mettere in discussione.

Era lui, Ferrari, che stabiliva simpatie e antipatie, ordini e concessioni, stipendi e provvigioni. Su una cosa soltanto non concedeva margini neppure a se stesso: il valore di chi correva per lui. A patto, pero, che il nome del pilota non avesse il sopravvento, nella popolarità, sul nome delle macchine.

Tra Enzo Ferrari e i suoi piloti ci fu spesso conflitto. Poteva essere acre, come quello che s’instaurò con Gigi Villoresi, uno dei più popolari corridori degli anni immediatamente prima e dopo la Seconda guerra mondiale che il Drake, tecnicamente, reputava uno dei migliori

Parlando di Villoresi, Ferrari non usò mai perifrasi per andare direttamente alla fonte del conflitto: il tradimento che Gigi consumò quando disse “Ferrari non conosce la parola grazie”.

Il tempo stemperò questo conflitto, che del resto Villoresi mai negò. E, alla fine, i due divennero quasi amici.

Per Ferrari, gli ordini ai piloti furono sempre tassativi. Ricordava il novantenne pesarese Dorino Serafini, scomparso da qualche anno:«Prima della Mille Miglia, che subito dopo la guerra era la massima competizione automobilistica italiana, mi chiamò nel suo studio e mi disse: si ricordi, Serafini, che i clienti della Casa vengono prima dei piloti ufficiali». Un gravissimo incidente, l’anno dopo, tarpò a Dorino Serafini la carriera in formula 1.

Arrivando a tempi più recenti, il pilota che più affascinò Enzo Ferrarifu Niki Lauda. Fortemente parsimonioso e terribilmente abile nella trattativa economica, in cui eccelleva peraltro anche il Drake, Niki racconta che Ferrari a un certo punto gli affibbiò un curioso soprannome: «Mi chiamava ebreo, probabilmente perché mi riteneva anche un buon commerciante della mia professionalità. E una volta, a tavola, litigammo sull’ingaggio del 1976. Lui mi disse: non ti do una lira di più dell’anno scorso, un pilota dovrebbe essere contento solo per guidarla una Ferrari. Gli replicai: voglio 300mila dollari. Sacramentò, parolacce a gogo: poi ci accordammo per 280 mila».

Ma Ferrari, con Lauda, ebbe un tremendo conflitto.

A fine luglio 1977, quando l’ex campione del mondo aveva già firmato per la Brabham Alfa Romeo, Ferrari rivelò un’ammissione di Lauda. «Fino a quando lei sarà vivo io guiderò per lei», questo disse Niki al Drake, nel frattempo da dieci anni ingegnere honoris causa.

Ma alla fine di agosto, Lauda si recò a Maranello e disse a Ferrari che non avrebbe guidato più le sue macchine. «Se Lauda fosse restato con noi avrebbe almeno eguagliato il record di Fangio di cinque titoli mondiali vinti», confessò Ferrari tempo dopo.

Il Drake non perdonò mai Lauda e non lo rivolle in Ferrari quando l’austriaco si offrì. Il perdono glielo concesse anni dopo, poco prima di morire.

L’ultimo pilota, nella classifica degli amori tecnici di Enzo Ferrari, fu Gilles Villeneuve.nIl Grande Vecchio era un umorale, quando Lauda lo lasciò fece una scommessa con se stesso: prendere un signor nessuno e portarlo al titolo mondiale. Non ci riusci, perché Gilles era genio e sregolatezza: ma ci andò vicino. E forse ci sarebbe riuscito se Gilles, l’8 maggio 1982, non fosse scomparso a Zolder, in Belgio: quell’anno, la Ferrari era davvero forte, quasi imbattibile. Ma, pochi lo sapevano, Ferrari e Gilles Villeneuve a fine stagione non avrebbero rinnovato la loro collaborazione.

Enzo Ferrari ha avuto alle sue dipendenze Franco Gozzi da Modena. Per oltre trent’anni, Franco Gozzi fu segretario, direttore sportivo, confidente e capufficio stampa di Enzo Ferrari.Oddio, Gozzi era capo di se stesso in quanto all’ufficio stampa della Ferrari non c’era altri che lui. Ma andava bene così, anche perché anno dopo anno Franco Gozzi era diventato l’eminenza grigia di Maranello: chi voleva parlare con Ferrari si rivolgeva a lui, se Ferrari voleva concedere un’intervista ascoltava prima il parere di Franco Gozzi e poi diceva sì o rifiutava cortesemente. Ma era sempre Gozzi che telefonava: “Il commendator Ferrari le ha fissato un appuntamento il giorno tale all’ora tale”. Oppure: “In questo momento l’ingegner Ferrari ritiene di non aver novità sulle quali discutere con la stampa”.

A volte Gozzi era di parere opposto a quello di Ferrari il quale però, alla fine, in un modo o nell’altro, pretendeva sempre che la ragione fosse dalla sua parte. Come quella volta che il Drake si mise in testa di far provare una formula 1 a Ninni Vaccarella. 

“Ingegnere – disse Gozzi – Ninni è un campione con le vetture sport, ma con la formula 1 qualche perplessità la suscita. Non ne ha mai guidata una e per la prossima stagione ne abbiamo pronto un solo esemplare. Anche qualche tecnico, all’interno della fabbrica, sconsiglia di far salire Vaccarella su una monoposto”.

Ferrari si accigliò, restò irremovibile nel suo proposito e Franco Gozzi dovette arrendersi. Il giorno prescelto, sul tracciato di Modena, Vaccarella salì sulla Ferrari di formula 1 ma dopo poche centinaia di metri finì contro il guard rail distruggendo la vettura.

Franco Gozzi corse al telefono e chiamò Enzo Ferrari che era nel suo studio. “Ingegnere, Vaccarella è finito contro il guard rail e ha distrutto la macchina”, disse quasi con un sogghigno. E Ferrari: “Glielo avevo detto che sarebbe finita così”.  

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